
Il Centro Studi Internazionale Leone XIV raccoglie l’appello di monsignor Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, a rompere il silenzio sulla crisi del Sud Sudan. Un richiamo che impegna l’associazione a far conoscere la situazione del Paese, a dare voce alle sue comunità e a promuovere iniziative di solidarietà.
«Restare in silenzio è connivenza con chi punta alle nostre risorse»: le parole del vescovo, nell’intervista a Nello Scavo pubblicata su Avvenire domenica 11 ottobre 2026, sono all’origine di questa riflessione. Nella stessa pagina, il reportage dell’inviato racconta le condizioni di un Paese ricco di petrolio e oro, ma segnato da violenze, povertà e dalla mancanza di servizi essenziali.
A questo impegno è dedicato l’intervento che pubblichiamo di seguito, scritto da Lorenzo Calvani, vicepresidente del Centro Studi Internazionale Leone XIV. Il testo ricostruisce il contesto della crisi e illustra le ragioni della risposta dell’associazione, nella prospettiva di promuovere iniziative concrete di sostegno nei prossimi mesi.
Sud Sudan.
di Lorenzo Calvani, vicepresidente del Centro Studi Internazionale Leone XIV
Il Sudan del Sud, ufficialmente Repubblica del Sudan del Sud o del Sud Sudan, è uno Stato del centro-est dell’Africa. La capitale è Giuba, la maggiore città del Paese, anche se si ipotizza il trasferimento dell’Amministrazione e della capitale nella più centrale città di Ramciel.
Il Sudan del Sud confina a est con l’Etiopia, a sud-est con il Kenya, a sud con l’Uganda, a sud-ovest con la Repubblica Democratica del Congo, a ovest con la Repubblica Centrafricana e a nord con la Repubblica del Sudan.
Quando nel 1956 il Sudan diventò indipendente, i contrasti tra la regione meridionale separatista e quella settentrionale dello stato si intensificarono. La prima guerra civile sudanese, iniziata nel 1955, si concluse nel 1972 con l’Accordo di Addis Abeba, a seguito del quale il Sudan del Sud fu istituito come regione autonoma.
Questa venne però soppressa nel 1983, dando luogo, poco dopo, alla seconda guerra civile, terminata con l’Accordo di Naivasha del 2005, che tornò ad istituire la regione autonoma del Sud Sudan. Peraltro, a seguito di un referendum in cui il 98,83% dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza, il Sud Sudan divenne infine indipendente il 9 luglio 2011, risultando ad oggi lo Stato più giovane istituito al mondo.
La conquistata indipendenza, tuttavia, non ha risolto i problemi della regione. Nel dicembre 2013 è scoppiato l’ennesimo conflitto etnico, interno allo Stato, fra le forze governative del presidente Salva Kiir, di etnia dinka, e quelle fedeli all’ex vicepresidente Riek Machar, di etnia nuer. Il conflitto si è ‘formalmente’ concluso nel febbraio 2020, dopo alcuni accordi di pace sottoscritti due anni prima. Ma gli scontri etnici tra le due etnie ed altri scontri interni tra i vari stati e aree amministrative autonome in cui la Repubblica indipendente è divisa non sono mai cessati.
Negli ultimi tempi si sono ripetuti scontri armati, agguati, offensive in vari villaggi, con numerosi morti, anche civili. Lo scontro di potere tra le fazioni vicine al presidente Kiir e quelle più legate all’ex vicepresidente Machar – attualmente sotto processo per terrorismo e agli arresti domiciliari – sta nuovamente lacerando il paese. Ma in Sud Sudan i conflitti sono anche più complessi di una ‘semplice’ contrapposizione tra due fronti. Perché non si svolgono solo tra i due schieramenti politici, bensì coinvolgono anche alleanze di tipo etnico tra gruppi più ristretti, ed i gruppi etnici si schierano per l’una o l’altra fazione a seconda dei casi e con le motivazioni più varie.
In questo contesto, le condizioni della popolazione civile sono di gravissima povertà ed indigenza più assoluta. E quel che è più terribile è che il Sud Sudan non sarebbe di per sé uno Stato ‘povero’. Il paese ha giacimenti di petrolio abbondanti. Tuttavia se questi si trovano per l’80% nel Sudan del Sud, risorsa economica di enorme importanza in un’area tra le più povere al mondo, la maggior parte degli impianti di raffinazione si trova nel Sudan del Nord. Le tensioni per i relativi diritti rimangono irrisolte ed oltretutto la maggioranza dei proventi (1,4 miliardi di dollari l’anno incassati dal Governo) non viene impiegata per alleviare la condizione della popolazione. Sullo sfruttamento petrolifero dell’area incidono compagnie cinesi, indiane, malesi che curano i propri interessi economici senza minimamente preoccuparsi dello stato del territorio, sia per quanto attiene l’ambiente che per quanto attiene la popolazione. Le lotte per il potere hanno moltiplicato le attività illecite. Il grosso delle entrate viene impiegato nell’acquisto di armi. Il Sudan del Sud, secondo l’Indice di percezione della corruzione, nel 2021 era lo stato più corrotto del mondo, mentre nel 2022 era al penultimo posto, sopra la Somalia. Le élite della nazione hanno sviluppato un sistema corruttivo che domina su ogni parte dell’economia nazionale.
In questo clima esplosivo lo Stato si prepara alle prime elezioni democratiche, previste per il prossimo mese di dicembre, ma intanto nelle foreste che ricoprono il paese si moltiplicano le battaglie tra etnie e fazioni, aumentano i morti tra i soldati ma anche tra la popolazione civile. I pochi ospedali sono quasi privi di dottori. Il personale sanitario ha riscosso l’ultimo stipendio nel mese di aprile scorso: € 30 al mese per i medici, € 25 al mese il restante personale. Mancano i guanti per visitare i pazienti, i medicinali sono quasi inesistenti. I progetti di cooperazione delle Ong suppliscono in qualche maniera alle carenze dello Stato, ma l’apporto risulta palesemente insufficiente rispetto alle esigenze. Ed intanto le epidemie si moltiplicano e da qualche tempo incombe altresì la grave minaccia del virus Ebola che sta flagellando il vicino Congo. Chi può, lascia il lavoro ‘pubblico’ ed inizia a commerciare in proprio attraverso il baratto, il contrabbando, il mercato nero. Un po’ meglio va ai soldati che aspettano la paga da otto mesi ma, apparentemente, guadagnano di più: € 20 al mese i soldati semplici e € 40 gli ufficiali. Ma è del tutto evidente che un esercito senza stipendio è un grave rischio per chi governa, specialmente in un luogo in cui gli scontri armati sono pressoché quotidiani.
In questa realtà – in cui la gente ha perso completamente la fiducia nella politica e nelle istituzioni – l’unico soggetto che si presenta ancora come credibile, affidabile e serio per la popolazione abbandonata è la Chiesa cattolica, la cui missione è presente nel paese. Vescovo del Sud Sudan è monsignor Christian Carlassare, un italiano di Schio, missionario comboniano, che ha scelto il Sud Sudan come propria casa e dirige la diocesi di Bentiu. Ha subito in passato, per la sua dedizione ed il suo impegno, anche un attentato, nel corso del quale alcuni uomini armati lo hanno preso di mira gambizzandolo. Ma Mons. Christian, dopo la guarigione, ha continuato e continua a far sentire la propria voce. Chiama i cattolici di tutto il mondo a non tacere sulle condizioni di questo tormentato paese. Afferma, con piena ragione, che il silenzio internazionale equivale a connivenza. La Chiesa, afferma, è il soggetto a cui la popolazione, stanca di conflitti, si rivolge sempre più spesso. ‘Ma non abbiamo risorse sufficienti per affrontare una crisi umanitaria così grave. La nostra responsabilità è restituire fiducia alle comunità, mobilitarle, ricostruire solidarietà e cura reciproca’.
Anche la nostra Associazione, Centro Studi Internazionale Leone XIV, che annovera monsignor Carlassare tra i propri iscritti, è chiamata a diffondere in tutte le direzioni il messaggio e la richiesta di aiuto che perviene dalla popolazione di questo Stato martoriato.
Con questo intervento cerchiamo in primo luogo di far conoscere la situazione del Sud Sudan a tutti i nostri amici, lettori, associati, sostenitori. Manifestando tutta la nostra solidarietà alla sua popolazione.
Al messaggio si unisce l’appello a partecipare al sostegno della Chiesa cattolica locale e di tutti quelli che ad essa si rivolgono. Nei prossimi mesi cercheremo di organizzare iniziative di sostegno, economico ma non solo, per non far mancare il segno concreto della nostra solidarietà a Monsignor Carlassare e alla sua comunità.
Riferimento: Avvenire, domenica 11 ottobre 2026, p. 4. Reportage di Nello Scavo «Nel Sud Sudan di oro e petrolio l’ospedale non ha i medicinali» e intervista a monsignor Christian Carlassare «Restare in silenzio è connivenza con chi punta alle nostre risorse».






